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Stress: l’importanza dell’equilibrio.

Il termine “Stress” fa parte del nostro vocabolario e con esso si intende comunemente un lasso di tempo specifico in cui una persona si può sentire particolarmente stanca o affaticata. In generale si pensa allo stress come una caratteristica peculiare della vita moderna e che non tutte le persone possano subirne gli effetti.

In Psicologia, il termine stress assume un significato diverso rispetto al senso comune. In particolare, la psicologia prende in prestito questo termine dall’ingegneria e dalla metallurgia, in cui con esso si intende “il punto di rottura o di resistenza di vari materiali”. Nello specifico, i materiali vengono sottoposti a sollecitazioni di sforzo e stress, così da verificarne il grado di sopportazione oltre il quale avviene la rottura.

In questo senso, la psicologia definisce lo stress come “l’insieme delle modificazioni aspecifiche che compaiono in un organismo esposto all’azione di un agente stressante (stressor), indipendentemente dalla sua natura” (Hans Selye).

Stando alla definizione di Selye, lo stress viene considerato una reazione funzionale al mantenimento dello stato di equilibrio organismo-ambiente (omeostasi), ma diventa disfunzionale o nocivo quando tale reazione si protrae troppo a lungo nel tempo e/o è eccessivamente intensa. Quindi, lo stress è uno stato crescente di tensione che dà sensazioni negative, che non ci permette, quando i suoi livelli sono molto elevati, di godere dei momenti rigeneranti che potrebbero ridurne l’intensità.

Gli stressor possono essere di varia natura: fisici (riguardano l’esposizione prolungata a condizioni di rumore, inquinamento, a temperature estreme e/o richiesta all’organismo di sforzi eccessivi a cui l’individuo non è preparato), psicosociali (ovvero tutte quelle situazioni in cui l’esigenza a cui si risponde proviene dal contesto sociale e dai rapporti umani in cui si è coinvolti), acuti (riguardano eventi che hanno natura improvvisa e di breve durata. Possono essere più o meno frequenti e differiscono per la loro gravità. Sono eventi come il ricevere una multa, perdere una persona cara, un abuso… ) e cronici (sono tutte quelle condizioni persistenti e di forte intensità, come ad esempio un rapporto conflittuale con il coniuge o una lunga malattia. In alcuni casi, lo stress acuto può trasformarsi in una forma cronica di stress, come nel caso del disturbo post-traumatico da stress (PTSD).

Ma lo stress ha sempre un ruolo negativo?

Comunemente lo stress viene considerato sempre nella sua accezione negativa, ignorando che spesso questo può essere una risorsa che ci aiuta a raggiungere gli obiettivi prefissi nella vita quotidiana.

In particolare, possiamo suddividere lo stress in due macro categorie: eustress distress.

Il distress è il termine che indica lo stress così come lo intendiamo di solito, ovvero tutte quelle situazioni valutate e percepite come negative e che provocano maggiori difficoltà nell’individuo. Questa è la situazione in cui possono comparire conflitti emotivi, ansia e disturbi fisici.

L’eustress, invece, è quello stress che, nella vita quotidiana, ci aiuta ad affrontare e superare le varie sfide che la vita ci propone, ovvero tutte quelle situazioni che richiedono uno sforzo di adattamento maggiore rispetto al solito. Tali circostanze però non opprimono la persona al punto di esaurirla, ma sono fonte di soddisfazione. Esempi di queste sono l’organizzazione del matrimonio, il superamento di un esame particolarmente difficile, ottenere una promozione lavorativa, ecc.

Ma cosa avviene nel nostro cervello quando siamo soggetti a stimoli stressogeni?

Quando un agente stressante (o stressor) viene percepito eccessivo rispetto alle proprie risorse innesca un disequilibrio all’interno dell’organismo. L’organismo reagisce a questa situazione innescando una risposta fisiologica di stress. Questo significa che vengono attivate una serie di reazioni a catena che coinvolgono il sistema nervoso e il sistema endocrino. Tale risposa, quindi, influenza tutto l’organismo. Nel nostro cervello l’ipotalamo, l’ippocampo, la corteccia prefrontale, l’amigdala e i nuclei paraventricolari dell’ippocampo formano un circuito fondamentale per la risposta allo stress, che prende il nome di via ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA)L’attivazione di questa via ha come risultato finale il rilascio di un particolare ormone, il cortisolo, da parte delle ghiandole surrenali. Il cortisolo, in situazioni di stress, è fondamentale per la modificazione di alcuni parametri fisiologici che permettono all’organismo di far fronte allo stress stesso (es. pressione arteriosa, frequenza cardiaca, funzioni intestinali, ecc.). Una mancata regolazione della via ipotalamo-opofisi-surrene o il suo malfunzionamento comportano conseguenze importanti sia sulla struttura che sul funzionamento del sistema nervoso. In altre parole, elevati livelli di cortisolo hanno un effetto neurotossico, cioè danneggiano il tessuto nervoso.

Quindi, lo stress è uno stato crescente di tensione che dà sensazioni negative, che non ci permette, quando i suoi livelli sono molto elevati, di godere dei momenti rigeneranti che potrebbero ridurre la sua intensità.

Hans Selye propone una teoria che spiega la risposta allo stress tenendo conto degli aspetti fisici e psicologici. Tale teoria, la “Sindrome di adattamento generale“, propone una risposta allo stress articolata in tre fasi:

  1. Fase di allarme: in cui l’organismo si attiva in quanto percepisce qualcosa di imprevisto ed incontrollabile accompagnato da uno stato di shock. in questa fase si innescano le risposte fisiologiche (aumenta l’adrenalina in circolo nel sangue, i muscoli si irrigidiscono, aumenta il battito cardiaco e il respiro è più corto).
  2. Fase di “resistenza”: a questo punto l’organismo è pronto a far fronte agli stressor fino all’esaurimento dello stress. In questa fase la persona ricerca la miglior strategia possibile (coping) per affrontare lo stress e vivere quello stesso stress come condizione normale. Questo stato di adattamento comporta un notevole dispendio di energie che, con il passare del tempo, si ripercuoterà sul piano fisico e psicologico.
  3. Fase di “esaurimento”: è la fase in cui si oltrepassa la soglia della stanchezza (soggettiva per ogni individuo) e insorgono disturbi psicofisici che rischiano di diventare permanenti, se non risolti.

Lazarus e Folkman, con il loro Modello Transazionale, propongono un modello di reazione allo stress che non vede l’individuo come un soggetto passivo nei confronti dello stressor, ma come agente attivo nell’influenzare l’impatto di un elemento stressante mediante strategie cognitive, emozionali e comportamentali. I tre processi che determinano l’esperienza stressante in una data situazione sono la “valutazione cognitiva” (o appraisal), che viene suddivisa in: valutazione primaria (il soggetto valuta se lo stressor è irrilevante, positivo o stressante), valutazione secondaria (il soggetto valuta le proprie capacità e le sue risorse di coping per far fronte allo stress), valutazione terziaria (il soggetto valuta l’efficacia delle strategie attuate e, in base ai risultati ottenuti, decide se quella strategia è stata positiva o ha bisogno di essere modificata).

Una componente fondamentale, quindi, per il superamento dello stress, è il concetto di coping. Il coping consiste negli sforzi della persona, sul piano cognitivo e comportamentale, per gestire, ridurre, attenuare, dominare o tollerare le richieste interne ed esterne poste da quelle interrelazioni persona-ambiente che sono valutate come eccedenti le risorse che si possiedono. Tale capacità di reazione di un individuo è molto elastica e variabile, in una parola flessibile. La capacità di coping fa riferimento sia alla risoluzione pratica del problema che alla gestione delle proprie emozioni e dello stress, derivanti dal contatto con le difficoltà. I meccanismi individuali di adattamento si relazionano sia alla capacità di attivare risorse interne preesistenti, che a quella di adottarne di nuove, ossia alla possibilità di imparare ad allargare il proprio “repertorio di strategie”. Alcune strategie di coping sono modalità più stabili, cioè caratterizzano lo stile personale con cui si affrontano gli eventi; altri, invece, dipendono dalla situazione e si modificano man mano che ci si adatta ad essa.

Altro elemento fondamentale per il superamento dello stress è la resilienza. Il termine resilienza è in realtà una metafora di un fenomeno misurabile in fisica, ovvero l’attitudine di un corpo a resistere senza rotture in seguito a sollecitazioni esterne, brusche o durature di tipo meccanico. In psicologia, per resilienza si intende la capacità di un individuo di resistere agli urti della vita senza spezzarsi o incrinarsi, mantenendo e potenziando le proprie risorse sul piano personale e sociale. La resilienza può essere considerata come la capacità di affrontare eventi stressanti, superarli e continuare a svilupparsi aumentando le proprie risorse con una conseguente riorganizzazione positiva della vita.

Esistono altre fonti di stress? Certamente si.

Tra le fonti di stress più comuni nella nostra era “digitale” c’è la continua esposizione a modelli di riferimento. Viviamo in una società dove veniamo continuamente messi di fronte a stereotipi cui aderire: se non si riesce a regge il confronto o se non ci si sente all’altezza, si rischia di vivere un vero e proprio disagio psicologico. Lo scopo principale non è più quello di ottenere ciò che si desidera davvero, ma quello di superare il senso di fallimento dovuto all’idea di non riuscire, non voler aderire o non desiderare ciò che ci viene imposto dall’esterno. Questo spostamento dell’immagine esteriore come risoluzione del disagio interiore ci ha allontanati dal sentire: abbiamo perso il contatto con l’interiorità, spostando la costruzione del sé sull’immagine esteriore, sul dar conto a terzi e non a noi stessi.

Altro fattore è sicuramente l’attuale crisi socio-economica-politica. In particolare, l’attuale situazione economica, con tutto ciò che comporta in termini di povertà, precariato, disoccupazione, licenziamenti, cassa integrazione, mobilità, ecc., è significativamente connessa all’aumento della frequenza e/o intensità di alcuni disturbi, tra i quali, ansia e depressione. La crisi economica suscita una generale percezione di rischio e di incertezza per quel che riguarda il proprio futuro, poiché riduce la percezione del potere degli individui circa la possibilità di potersene creare uno. Inoltre, l’impatto della crisi economica sui più giovani ha il potere di invalidare necessità psicologiche fondamentali come l’autorealizzazione, l’autonomia, la pianificazione del futuro, la possibilità di soddisfare i propri bisogni, la possibilità di avere una famiglia, ecc. La precarietà e l’incertezza economica innescano un altissimo senso di frustrazione, ansia, rabbia, stress, depressione, senso di impotenza, riduzione dell’autostima, aumento del rischio di abuso di sostanze. Il perdere o non trovare lavoro è fonte di uno stress molto forte che può portare anche all’isolamento dalla rete sociale costruita fino a quel momento, adottando atteggiamenti di chiusura e ritiro.

Anche la comunicazione di massa ha generato un meccanismo di stimolazione dell’attenzione grazie al quale tutto ciò che viene visto ed ascoltato fa vivere in uno stato di allarme e di disagio continui.  Questo genera, in grado soggettivo, un sentimento di minaccia, facendo vivere le persone in una situazione di ansia e precarietà. Non appena si viene a conoscenza di un evento che sia al di fuori del nostro controllo, siamo pervasi da un forte senso di ansia, che ci porta a cercare una strategia per riprendere il controllo su quel nuovo evento. Così facendo, senza rendersene conto, è proprio quella ricerca spasmodica del controllo che mantiene viva in noi la

sensazione di essere in pericolo.

Altre fonti di stress possono essere rintracciate anche nell’ambito lavorativo. Nel dettaglio parliamo di mobbing, sindrome da corridoio e burnout.

Il mobbing è definito come l’insieme delle pratiche aggressive, vessatorie e persecutorie esercitate sul posto di lavoro da parte di colleghi o superiori in maniera ripetitiva e sistemica nei confronti di un lavoratore designato. L’obiettivo è quello di eliminarlo o metterlo in una condizione di incapacità ad agire.                                        Le azioni mobbizzanti posso colpire:

  1. —La comunicazione: vi è un’interruzione o un’esasperazione della stessa;
  2. —L’immagine sociale: si mettono in atto comportamenti al fine di colpire la reputazione della vittima;
  3. —Prestazione lavorativa: si manipolano e/o si alterano le prestazioni della vittima;
  4. —Relazioni sociali: azioni volte ad isolare la vittima.

Le prime ricadute del mobbing interessano la sfera psicologica. I segnali precoci sono disturbi di tipo psicosomatico (cefalea, disturbi gastrointestinali, dolori osteoarticolari, mialgie); ansioso – depressivo e comportamentale. Questo stress lavorativo prolungato espone le vittime ad una maggiore vulnerabilità allo sviluppo di patologie dello spettro neurologico e psichiatrico oltre a disordini a carico del sistema respiratorio e cardiocircolatorio.

La sindrome da corridoio viene definita come l’incapacità dell’individuo a distinguere la sfera privata da quella lavorativa. Questa tendenza ha come conseguenza il trasferimento degli stati emozionali negativi sia dall’ambiente lavorativo a quello privato sia da quello privato a quello lavorativo. Si instaura una condizione di ipersensibilità in risposta a stimoli tipici dell’attività lavorativa e il lavoratore inizia a sviluppare i sintomi tipici dello stress.

 Infine, il burnout, cioè una sindrome da esaurimento emotivo, che comporta depersonalizzazione e riduzione delle capacità personali. È una reazione alla tensione emotiva cronica creata dal contatto continuo con altri esseri umani che sono in uno stato di profonda sofferenza. Può colpire soggetti che svolgono “lavori a rischio” in cui ci si occupa principalmente di altre persone che vivono un profondo disagio, ad esempio medici, infermieri, psicologi, sacerdoti… Il burnout è l’esito di una serie di fasi precedenti che vanno da una fase iniziale di grande entusiasmo in cui le persone sono molto prese nell’aiutare gli altri, investendo una quantità di energia notevole; primi sintomi di affaticamento (affaticamento, frustrazione, delusione, abbassamento della morale, noia, che derivano dalla disillusione circa il loro ruolo e il loro apporto effettivo); sintomi di stress intenso (isolamento dai colleghi, rabbia, ostilità, negativismo radicale, depressione); sintomi di stress cronico/molto grave (abbassamento dell’autostima, assenteismo cronico, cinismo totale, inabilità sociale).

Detto questo, come si riconosce lo stress?

Lo stress ha delle conseguenze fisiche e psicologiche che possono essere riconosciute già nelle fasi iniziali dell’insorgenza dello stress. Riconoscere questi sintomi permetterà di intervenire tempestivamente sul malessere psico-fisico individuale.

Nella tabella che segue sono raccolti i sintomi cognitivi, emotivi, comportamentali e fisici, sia a breve che a lungo termine. In questo modo sarà possibile riconoscere in maniera chiara e semplice i sintomi dello stress e, auspicabilmente, attuare un tempestivo intervento.

 

BREVE TERMINE

LUNGO TERMINE

Sintomi Cognitivi

Mancanza di concentrazione, facile distrazione.

Problemi di attenzione e di memoria, mancanza di creatività, preoccupazione costante.

 Sintomi Emotivi

Apatia, bassa autostima, sfiducia, nervosismo.

Depressione, ansia, attacchi di panico, irritabilità/rabbia, crisi di pianto, senso di impotenza.

 Sintomi

Comportamentali

Agitazione, diminuzione del desiderio sessuale, stanchezza, maggiore o minore appetito, digrignare i denti, tricotillomania.

Abuso di alcol, abuso di farmaci, disturbi sessuali e alterazioni della personalità, aumento del consumo di alcol, caffè e sigarette.

 Area Corporea

Tremolio o pulsazioni oculari, mal di testa, sudorazione alle mani, capogiri, mal di schiena, indigestione, tensione al collo.

Ulcere, coliti, acufene, tachicardia, extrasistole, disturbi del sonno, stanchezza cronica, dolore allo stomaco.