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Fisiologia e Psicologia dei Sogni.

Il sogno è uno degli argomenti che da sempre ha suscitato grande interesse negli studiosi seppure, ancora oggi, molti dei suoi aspetti restano sconosciuti.

Il Sogno può essere osservato e conosciuto da due punti di vista, quello fisiologico (neurobiologico) e quello psicologico (aspetti clinici).

Partendo dalla prospettiva neurobiologica, conosciamo gli strumenti attraverso i quali è possibile studiare il sonno ed ottenere così informazioni riguardanti i sogni.

Tra le misure psicofisiologiche standard utilizzate per misurare il sonno in uno studio polisonnografico sono:

  • l’elettroencefalogramma (EEG), un esame diagnostico che, attraverso alcuni elettrodi posizionati sul cuoio capelluto, misura l’attività elettrica cerebrale, mostrandola sotto forma di una serie di onde su dei monitor;
  • l’elettrooculogramma (EOG) rileva e registra i movimenti degli occhi utili nella stadiazione del sonno;
  • l’elettromiogramma (EMG) ovvero la registrazione dell’attività elettrica di un muscolo o di un nervo.

 Il tracciato EEG del sonno è caratterizzato da: stadio1, stadio2, stadio3 e stadio4.

Quando una persona chiude gli occhi e si prepara a dormire, è possibile registrare il caratteristico tracciato EEG della veglia, costituito da onde a basso voltaggio e alta frequenza. Invece, quando la persona si addormenta si verifica un’improvvisa transizione dallo stato di veglia allo stadio1 del sonno. Il tracciato EEG dello stadio1 è caratterizzato da basso voltaggio e alta frequenza, per certi versi molto simile al tracciato osservato durante la veglia attiva. Passando dallo stadio1 allo stadio 2, 3 e 4 si osserva una progressiva riduzione della frequenza e un graduale aumento del voltaggio del tracciato EEG.

Quando il soggetto si trova nello stadio4 del sonno vi rimane per un certo periodo di tempo per poi ripercorrere all’indietro tutti gli altri stadi fino a tornare allo stadio1. Gli stadi 1 successivi (stadi 1 emergenti) sono caratterizzati da attività REM e da perdita del tono muscolare assiale.

Ciascun ciclo dura circa 90 minuti, ma nel corso della notte, viene trascorso sempre più tempo nello stadio1 emergente e sempre meno tempo negli altri stadi, in particolare nello stadio4.

Ci sono brevi periodi durante la notte in cui il soggetto è sveglio, ma questi periodi sono raramente ricordati al risveglio.

Il sonno associato allo stato1 emergente è comunemente chiamato sonno REM, gli altri stadi del sonno sono invece definiti sonno N-REM.

Un altro correlato fisiologico del sonno REM è l’aumentata attività cerebrale in molte strutture, che spesso può raggiungere livelli di attivazione simili allo stato di veglia, accompagnandosi ad un aumento generale dell’attività del sistema nervoso autonomo (quell’insieme di cellule e fibre che innervano gli organi interni e le ghiandole, controllando le cosiddette funzioni vegetative, ossia quelle funzioni che generalmente sono al di fuori del controllo volontario, per questo viene anche definito “sistema autonomo involontario“). Inoltre, spesso vi sono improvvise contrazioni della muscolatura delle estremità.

Oltre alla contrazione muscolare, altri parametri osservabili durante la fase del sonno REM suggeriscono che tali episodi possano essere ricchi di contenuti emotivi. Diversi studi si sono impegnati a dimostrare come l’attività onirica potesse essere collegata alla fase del sonno REM, così i ricercatori iniziarono a svegliare alcuni soggetti nel mezzo di episodi di sonno REM, chiedendo loro se stessero sognando. I risultati ottenuti furono stupefacenti:

Il vivido ricordo dei sogni che poteva essere elicitato nel mezzo della notte quando un soggetto veniva svegliato mentre i suoi occhi si muovevano velocemente era qualcosa di miracoloso. Sembrava (aprire) un nuovo eccitante mondo sui sogni le cui uniche conoscenze erano i vaghi ricordi della mattina dopo. Ora, anziché avere un temporaneo e incerto accesso ai sogni di ogni notte, i soggetti potevano accedere chiaramente al contenuto di dieci o dodici sogni per notte”.

[DEMENT, 1978]

L’osservazione che l’80% dei risvegli dalla fase REM del sonno e solo il 7% dei risvegli dalla fase NREM del sonno producevano il ricordo di un sogno fornì un forte sostegno a favore della teoria secondo cui il sonno REM costituisse il correlato fisiologico dei sogni.

Il sognare è l’attività che si verifica durante il sonno, caratterizzata da immagini sensomotorie vivide che sono esperite come realtà di veglia nonostante la presenza di alcune caratteristiche cognitive distintive come l’impossibilità e l’improbabilità del tempo, del luogo, delle persone e delle azioni; emozioni, e in special modo le emozioni di paura, euforia e rabbia predominano sulle emozioni di tristezza, vergogna e colpa e, a volte, raggiungono una forza tale da causare il risveglio; il ricordo dei sogni, anche dei più vividi, è evanescente e tende a svanire velocemente al momento del risveglio, a meno che si attuino delle strategie specifiche per ritenerlo in memoria”.

[HOBSON et al., 2000]

L’aspetto su cui ci si è maggiormente focalizzati è la rievocazione dei sogni, i suoi correlati neurofisiologici e caratteristiche funzionali.

Studi recenti confermano che meccanismi neurofisiologici di codifica e di rievocazione della memoria episodica sono largamente comparabili tra lo stato di veglia e quello di sonno. Studi di neuroimmagini e studi lesionali convergono nell’affermare che la giunzione temporo-parieto-occipitale (regione del cervello in cui i lobi temporale e parietale si incontrano, all’estremità posteriore della scissura laterale di Silvio) e la corteccia prefrontale ventromediale (regione della corteccia prefrontale del cervello, localizzata nel lobo frontale nella parte bassa degli emisferi cerebrali ed è coinvolta nell’elaborazione del rischio e della paura) giocano un ruolo cruciale nella rievocazione dei sogni.

Misurazioni morfo-anatomiche hanno rilevato alcune relazioni dirette tra misurazioni volumetriche e misurazioni ultrastrutturali dell’ippocampo (che svolge un ruolo importante nella formazione delle memorie esplicite e nella navigazione spaziale) e dell’amigdala (fondamentale per la formazione e memorizzazione di ricordi associati ad eventi emotivi; è responsabile del cosiddetto condizionamento alla paura ed è coinvolta nell’elaborazione di stati emozionali)  e alcune caratteristiche qualitative specifiche del sognare [De Gennaro et al., 2012].

Nel loro complesso, i dati rafforzano la visione generale che i meccanismi neurofisiologici alla base della formazione di memorie episodiche/dichiarative, possono essere le stesse sia nello stato di sonno che nella vita vigile [REVIEW – L. De Gennaro, C. Marzano, C. Cipolli, M. Ferrara, 2012].

Durante il sonno REM si attiva il complesso dell’amigdala, essenziale per la motivazione e le emozioni. L’attivazione di tale struttura implica una rievocazione vivida del sogno.

L’attivazione, durante il sonno REM, delle strutture limbiche e del complesso dell’amigdala possono essere associate ad una deattivazione della corteccia frontale, la quale media il pensiero diretto. Tali risultati, quindi, mostrano che il sognare nella fase REM comprende emozioni cognitivamente guidate e una possibile carenza del pensiero analitico [Chellappa et al., 2011].

Oltre ad una visione neurofisiologica, il sogno è stato, ed è tutt’ora, al centro dell’attenzione della pratica clinica: basti pensare alle teorizzazioni freudiane, ai lavori di De Sanctis o alle teorie di autori illustri (Adler e Klein, solo per citarne alcuni) che hanno cercato di comprendere la natura del sogno e come questo potesse essere d’aiuto per la comprensione di aspetti della personalità o di psicopatologie.

La componente di maggiore interesse, in questo contesto, è quella emotiva.

Freud sull’affetto nei sogni (da L’interpretazione dei sogni, 1899):

“L’affetto vissuto in sogno non ha affatto minor valore di quello di uguale intensità vissuto nella veglia; e col suo contenuto affettivo il sogno pretende, più energicamente che col suo contenuto rappresentativo, d’esser accolto tra le esperienze reali della nostra psiche. […] L’analisi ci insegna che i contenuti rappresentativi hanno subito spostamenti e sostituzioni, mentre gli affetti sono rimasti fissi. […] L’inibizione affettiva sarebbe quindi il secondo risultato della censura onirica, come la deformazione onirica ne è il primo.

[…] Nella psiche del dormiente può essere contenuta, come elemento dominante, una inclinazione affettiva che noi chiamiamo “stato d’animo” che può quindi contribuire a determinare il sogno. Questo stato d’animo può derivare da eventi e pensieri del giorno o avere fonti somatiche; in entrambi i casi sarà accompagnato da corrispondenti decorsi ideativi.

[…] Quanto più intenso e dominante nei pensieri del sogno è lo stato d’animo penoso, con tanta maggiore sicurezza gli impulsi di desiderio più intensamente repressi coglieranno l’occasione per essere rappresentati. Infatti, nell’esistenza attuale del dispiacere, che dovrebbero altrimenti creare da soli, essi trovano già compiuta la parte più difficile del lavoro che li porta a farsi largo nella rappresentazione onirica.” 

I diversi affetti che compaiono nei sogni sono stati studiati anche in relazione a particolari patologie, cercando di affiancare ad ogni disturbo un sogno tipico, contraddistinto da affetti peculiari. Questo è il caso dei lavori di Sante De Sanctis (“I sogni. Studi psicologici di un alienista”, 1899).

Con il passare degli anni, il sogno, oltre che continuare ad essere uno dei principali strumenti della terapia psicoanalitica, è stato utilizzato anche come strumento per il trattamento di alcune psicopatologie, in particolare il disturbo post-traumatico da stress (PTSD).

In particolare, nel PTSD, come in altri disturbi d’ansia, si riscontrano di frequente incubi raffiguranti l’evento traumatico responsabile dell’instaurarsi della patologia e che hanno come protagonista il paziente stesso.

Diversi studi hanno indagato quanto la frequenza di questi incubi possa incidere sulla qualità della vita di questi pazienti (intesa oggettivamente e soggettivamente) con lo scopo di mettere a punto un trattamento efficace per la riduzione di tale aspetto sintomatologico.

Grazie a questo tipo di ricerche si sono potuti individuare due trattamenti per questa sintomatologia : l’ Imagery Rehearsal Therapy (tecnica cognitivo-comportamentale), Rescripting Therapy e il trattamento farmacologico a base di Prozosina.

Nella Immagery Rehearsal Therapy il paziente, nel corso della terapia, seleziona uno degli incubi ricorrenti e, grazie all’aiuto del terapeuta, ne modificherà alcuni elementi in modo da ottenere una storia diversa e un finale che possa rassicurarlo. Successivamente, il paziente avrà il compito di rievocare più volte (mentalmente) la nuova storia fino a che l’incubo non si presenti nella forma desiderata [Nappi et al., 2010; Berlin et al., 2010].

Nel caso della Rescripting Therapy, il paziente riporta in forma scritta la storia di un incubo particolarmente penoso, lo rilegge al terapeuta e ne evidenzia i temi più rilevanti. La fase della riscrittura del sogno, sempre preceduta da un training sulle tecniche di rilassamento, consiste nella ristesura del contenuto dell’incubo in modo da renderlo meno insopportabile; il terapeuta, inoltre, affronterà i temi emersi nel corso delle sedute successive [Rhudy et al., 2010].

Infine, la somministrazione di Prozosina, un farmaco non sedativo in grado di attraversare la barriera ematoencefalica e in grado di agire sui recettori adrenalinici dell’ippocampo e dell’amigdala, si è dimostrata una metodologia adatta a ridurre la sintomatologia scatenata dalla frequenza degli incubi. Tale strategia, va notato, è utile soprattutto in combinazione con una tecnica cognitiva-comportamentale come la Imagery Rehearsal Therapy [Gehrman et al., 2010].

Alla luce dei dati ricavati dalla letteratura recente, è stata condotta una ricerca che si poneva l’obiettivo di indagare il correlato neurobiologico dello stato emotivo successivo al racconto di un sogno.

Il risultato principale ottenuto nel presente studio consiste nel mettere in evidenza che la rievocazione del sogno, a differenza del racconto delle esperienze lavorative (compito di controllo), produce un incremento dell’attivazione del sistema limbico (che comprende l’amigdala, l’ippocampo, la giunzione amigdala-ippocampo e le aree paraippocampali) e l’area temporale inferiore (BA20) in risposta a stimoli emotivi.

Questi dati confermano che la rievocazione di un sogno sembra influenzare lo stato emotivo e l’elaborazione degli stimoli emotivi. In particolare, rievocare un sogno sembra agevolare una maggiore attivazione dei circuiti cerebrali limbici e temporali durante il processamento delle emozioni; tali aree potrebbero essere considerate come il possibile correlato neurale sottostante l’elaborazione di stimoli emotivi. L’interpretazione proposta supporta gli assunti delle teorie cliniche e psicodinamiche secondo cui la rievocazione del sogno sembrerebbe favorire una maggiore predisposizione all’elaborazione di significati inerenti a stimoli emotivi [Lai, C., Lucarelli, G., Pellicano, G. R., Massaro, G., Altavilla, D., & Aceto, P. (2019). Neural correlate of the impact of dream recall on emotional processing. Dreaming29(1), 40].

 

Per maggiori dettagli riguardo allo studio di sopra riportato vai su https://psycnet.apa.org/doiLanding?doi=10.1037%2Fdrm0000096 o scrivimi per avere l’articolo completo.