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Nomofobia: la Sindrome da Disconnessione.

Il termine ‘Nomofobia‘ o “NO Mobile Phone PhoBIA” viene impiegato per descrivere una condizione psicologica che può svilupparsi in tutti soggetti che manifestano un irrazionale timore o paura di rimanere disconnessi dalla rete mobile.

Una delle caratteristiche della nomofobia è la sensazione di panico che coglie l’individuo anche solo all’idea di non essere rintracciabili. Questa paura è accompagnata dalla necessità di un costante aggiornamento sulle informazioni condivise dagli altri e la consultazione del telefono in ogni momento e in ogni luogo, anche quelli più intimi (bagno, la camera da letto, una seduta in terapia).

Il soggetto che presenta questa sindrome cerca il contatto continuo ed esasperato con l’apparecchio tecnologico (come lo smartphone), che instaura in lui la sensazione di tenere costantemente la situazione sotto controllo. Ne consegue un bisogno sempre crescente di stare più tempo al telefono, attendere le risposte degli altri (magari sollecitandoli insistentemente), controllare cosa pubblicano le persone con cui si è in contatto sui vari social network, commentare e condividere, non spegnere mai il dispositivo, svegliarsi di notte per controllare eventuali nuove notifiche, portarsi lo smartphone in luoghi non appropriati (es. bagno, chiesa, ecc.), esattamente come accade con droghe e alcol.

Tra i rischi di chi soffre di nomofobia c’è quello di innescare un meccanismo di dipendenza patologica nella quale non si riesce più a fare a meno di una connessione internet e di un cellulare. La paura di essere disconnessi può portare ad esperire vissuti di ansia e depressione e anche la sola idea di essere senza smartphone genera malessere, irrequietezza ed aggressività.

Alcuni ricercatori italiani descrivono alcuni comportamenti che potrebbero essere ricondotti a questa sindrome, anche se tali comportamenti non sono da considerarsi patologici in ogni situazione:

  • Usare regolarmente il telefono cellulare e trascorrere molto tempo su di esso;
  • Avere uno o più dispositivi;
  • Portare sempre un caricabatterie con sé per evitare che il cellulare si scarichi;
  • Esperire vissuti di ansia e nervosismo al solo pensiero di perdere il proprio portatile o quando il telefono cellulare non è disponibile o non utilizzabile;
  • Mantenere sempre il credito;
  • Dare a familiari e amici un numero alternativo di contatto e portare sempre con sé una carta telefonica prepagata per effettuare chiamate di emergenza se il cellulare dovesse rompersi o perdersi o, ancora, se venisse rubato;
  • Guardare lo schermo del telefono per vedere se sono stati ricevuti messaggi o telefonate . In tal caso si parla di un particolare disturbo che definito ringxiety, termine che unisce due parole inglesi, “ring” (squillo) e “anxiety” (ansia);
  • Controllare costante il livello di carica del dispositivo per assicurarsi che questo sia sempre nello stato di maggiore efficacia per lo svolgimento di eventuali operazioni importanti;
  • Mantenere il telefono cellulare sempre acceso (anche di notte);
  • Dormire con cellulare o tablet;
  • Utilizzare lo smartphone in posti poco pertinenti o dove il suo utilizzo è vietato (es. aeroporti, chiesa, ecc.).

La Nomofobia è stata inserita nella categoria delle dipendenze senza sostanza, ovvero una vasta gamma di comportamenti disfunzionali e anomali quali il gioco d’azzardo patologico, la dipendenza da TV, da internet, lo shopping compulsivo, le dipendenze dal sesso e dalle relazioni affettive, le dipendenze dal lavoro e alcune devianze del comportamento.

A supporto di questa classificazione è possibile citare alcuni studi.

Secondo David Greenfield professore di psichiatria all’Università del Connecticut, la dipendenza da smartphone è molto simile a tutte le altre tipologie di dipendenza in quanto altera la produzione di dopamina, il neurotrasmettitore che regola il circuito celebrale della ricompensa (maggiore è il livello di dopamina prodotto durante lo svolgimento di una certa attività, maggiore sarà la probabilità che l’individuo svolga nuovamente quella stessa attività). In questo modo, ogni volta che il soggetto vede comparire una notifica sul suo dispositivo il livello di dopamina sale, poiché sale l’aspettativa di trovarsi di fronte a qualcosa di nuovo, di interessante e di piacevole. Purtroppo però non è possibile prevedere quando arriverà la nuova notifica o quando verrà pubblicato un nuovo contenuto interessante, così la persona sentirà sempre più forte l’impulso a controllare continuamente il suo dispositivo. Un meccanismo simile si attiva nei giocatori d’azzardo (Greenfield D.N. e Davis R.A., 2002).

Un altro studio condotto nel 2010 mostra come la Nomofobia, quando si presenta in comorbidità a disturbi di tipo ansioso (disturbo di panico e fobia specifica), non risenta degli effetti di terapie cognitivo-comportamentali o farmacologiche specifiche per i disturbi d’ansia, ma i suoi sintomi sembrano regredire nel caso in cui venga somministrato un intervento specifico per le dipendenze patologiche (King A.L. at all., 2010).

La maggior parte delle persone colpite da questa condizione, o le persone considerate più a rischio, sembrerebbero essere i giovani adulti con bassa autostima e problemi nelle relazioni sociali, ovvero persone che sentono maggiormente il bisogno di essere costantemente connessi e in contatto con gli altri attraverso il loro smartphone e che spesso mostrano noia nello svolgimento di altre attività ricreative derivati da un uso patologico di telefoni cellulari (Lopez Torrecillas F., 2007).

Ricordiamo, però, che il nostro smartphone, se usato in modo consapevole e appropriato, può aiutarci in diversi ambiti psicologici:

  • può regolare le comunicazioni: aiuta a mantenere le giuste distanze nella comunicazione, aiuta a mantenere le relazioni (soprattutto con le persone che sono fisicamente distanti da noi), ci aiuta a condividere contenuti ritenuti da noi interessanti e degni di attenzioni (una notizia importante, un annuncio ecc.);
  • aiuta ad attenuare il senso di solitudine (ATTENZIONE! Allo stesso tempo si corre il rischio di tendere all’isolamento);
  • ci aiuta a sentirci maggiormente partecipi della vita delle persone a noi distanti, aumentando la sensazione di sentirsi presenti, coinvolti ed aggiornati (ad esempio, condividere foto, ricordi o nuovi avvenimenti).