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Omosessualità e Identità sessuale in Psicologia.

Dichiariamolo fin dal principio: l’omosessualità NON è una malattia.

Tutte le principali organizzazioni di salute mentale sono d’accordo nell’affermare che l’omosessualità non è una malattia, ma una “variante non patologica del comportamento sessuale”.

Il primo passo verso l’esclusione dell’omosessualità dalle psicopatologie risale agli inizi degli anni ’70. Nel 1973, l’American Psychiatric Association (APA) rimosse l’omosessualità dalla lista delle patologie mentali incluse nel Manuale Diagnostico delle Malattie Mentali (DSM). Nella prima edizione del 1952 (DSM-I), l’omosessualità veniva considerata un disturbo sociopatico della personalità, mentre nella seconda edizione del 1968 era stata classificata come una deviazione sessuale, al pari ad esempio della pedofilia, della necrofilia e varie altre perversioni sessuali (oggi dette parafilie).
Tuttavia, aver escluso l’omosessualità dalle psicopatologie non soddisfaceva a pieno né i sostenitori della depatologizzazione dell’omosessualità, né coloro i quali continuavano a ritenerla un disturbo mentale. Questo perché esisteva una distinzione tra omosessualità ego-sintonica ed ego-distonica: nel primo caso, si intende la consapevolezza e l’accettazione della propria omosessualità, che viene quindi vissuta con serenità; nel secondo caso ci si riferisce ad una mancata accettazione e/o consapevolezza della propria condizione, che porta la persona a vivere in una condizione di conflitto.
Ad essere eliminata dal DSM-III fu soltanto l’omosessualità ego-sintonica, cioè quella che implicava una piena accettazione di sé, mentre l’omosessualità ego-distonica rimase fino all’edizione revisionata del 1987 (DSM-III-R).

Bisognerà aspettare gli anni ’90 per la completa eliminazione dell’omosessualità dal contesto psicopatologico, nello specifico il 1994, anno della pubblicazione del DSM-IV.
Sulla scia di tale decisione, nel 1993 anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha accettato e condiviso la definizione non patologica dell’omosessualità, depennandola definitivamente dalla lista delle malattie mentali.

Ma cosa si intende per orientamento sessuale?

L’orientamento sessuale è una caratteristica tendenzialmente stabile, almeno in parte geneticamente determinata, che indica verso chi è diretta l’attrazione sessuale:

  • verso le persone dell’altro sesso (eterosessualità)
  • verso le persone dello stesso sesso (omosessualità)
  • verso le persone di entrambi i sessi (bisessualità)
  • verso nessuno (asessualità)

L’American Psychological Association, invece, definisce l’orientamento sessuale come “un modello stabile di attrazione emotiva, romantica e/o sessuale verso gli uomini, le donne, o entrambi i sessi”.
Questa definizione mette in evidenza un aspetto fondamentale, ovvero che l’omosessualità non riguarda esclusivamente la sfera sessuale, ma anche quella emotiva, affettiva e romantica.
Per spiegare meglio questo concetto, proviamo a fare degli esempi molto pratici: ci sono persone che hanno comportamenti omosessuali (pensiamo al mondo della prostituzione maschile, ad esempio) ma che non si riconoscono come omosessuali, oppure ci sono persone fortemente o esclusivamente attratte dal proprio sesso che, però, non hanno comportamenti omosessuali (ad esempio perché sono sposati) o alcuna attività sessuale (ad esempio, perché hanno forti sensi di colpa rispetto alla propria omosessualità).

Sebbene sia più semplice classificare le persone come omosessuali, eterosessuali o bisessuali, in realtà la ricerca scientifica ha mostrato fin dagli anni ’50 che l’orientamento sessuale si estende lungo un continuum ai cui estremi ci sono l’omosessualità e l’eterosessualità esclusive. Tra i due poli, ci sono tutte le sfumature di intensità per cui una persona può sentirsi sessualmente, romanticamente e affettivamente più o meno attratta da persone dello stesso sesso o di sesso diverso.
L’orientamento sessuale è strettamente legato, quindi, alle relazioni personali attraverso le quali vengono soddisfatti alcuni tra i principali bisogni relazionali quali l’amore, l’affetto e l’intimità. Non si tratta, quindi, soltanto di un comportamento sessuale che riguarda il singolo individuo.

Bisogna inoltre porre attenzione sulla differenza tra orientamento sessuale e identità di genere. Con quest’ultimo si intende una componente identitaria che riguarda l’esperienza psicologica del proprio orientamento sessuale. Tuttavia, orientamento sessuale e identità sessuale non sempre coincidono: è possibile sperimentare un certo tipo di attrazione sessuale, ma avvertendo incertezza o disagio verso il proprio orientamento sessuale, arrivando (in alcuni casi) alla negazione di quella stessa attrazione. Una possibile spiegazione di questa condizione è che l’eterosessualità è spesso rappresentata come l’unico orientamento sessuale “normale”, quindi l’omosessualità viene descritta come qualcosa di indesiderabile ed è soggetta a stigma sociale, pregiudizi e discriminazione. Questi pregiudizi e assunti eteronormativi possono essere interiorizzati fino a condizionare, in maniera più o meno evidente e consapevole, i pensieri e gli atteggiamenti della persona.

In passato, come si può leggere all’inizio dell’articolo, anche gli ambiti psicoanalitico e psichiatrico hanno stigmatizzato l’omosessualità. Nonostante lo stesso Sigmund Freud fosse fermamente convinto che l’omosessualità non fosse una malattia mentale e che quindi non fosse possibile trasformarla in eterosessualità o essere oggetto di terapia per sé, diversi suoi colleghi hanno contribuito alla creazione di pregiudizi nei confronti dell’omosessualità, promuovendo anche terapie “di conversione” o “riparative“. Tali teorie non avevano alcun fondamento scientifico, ma si basavano esclusivamente sull’osservazione dei pazienti omosessuali che questi psicoanalisti avevano in cura. In realtà si trattava di pazienti la cui sofferenza era riconducibile all’ostracismo sociale nei loro confronti, perché omosessuali, e non all’omosessualità in sé. 

Solo con la conduzione delle prime ricerche scientifiche sull’orientamento sessuale, grazie al sessuologo Alfred Kinsey e alla psicologa Evelyn Hooker, è stato possibile l’inizio di un percorso verso la depatologizzazione dell’omosessualità, attraverso il quale si è giunti a dimostrare, sulla base di prove scientifiche, che l’omosessualità è una variante normale della sessualità.

In che modo si esprime la stigmatizzazione sociale e il pregiudizio nei confronti dell’omosessualità?

Uno dei fenomeni più gravi è l’omofobia. Questo termine è stato coniato dallo psicologo George Weinberg per definire la paura irrazionale, l’intolleranza e l’odio nei confronti delle persone omosessuali da parte della società eterosessista.
Il termine “omofobia”, di etimologia greca, utilizza il suffisso “fobia”, sinonimo di paura, insieme al prefisso “omo”, che qui perde il suo significato originario di “stesso” per trasformarsi nell’abbreviazione di “omosessuale”. Parlando di omofobia, Weinberg afferma che si tratta di una “fobia operante come un pregiudizio”. Tale caratteristica implica che gli effetti negativi siano avvertiti non solo (e in questo caso non in maniera consistente) da colui che ne è affetto, quanto da coloro verso cui questo pregiudizio è rivolto: le persone omosessuali, appunto. L’omofobia è quindi quell’insieme di pensieri, idee, opinioni che provocano emozioni quali ansia, paura, disgusto, disagio, rabbia, ostilità nei confronti delle persone omosessuali (Istituto Beck).
Ma cosa succede se i pregiudizi e gli atteggiamenti negativi verso l’omosessualità, ovvero l’omofobia, vengono interiorizzati dalle stesse persone omosessuali?
In questi casi il riconoscimento e l’accettazione del proprio orientamento omosessuale o bisessuale possono essere ostacolati, fino a produrre quella che si suole chiamare “omofobia interiorizzata”: un atteggiamento negativo verso le proprie attrazioni omosessuali che vengono vissute con disagio o disprezzo, vergogna o senso di colpa. Tali sentimenti possono prendere la forma dell’odio di sé, di pensieri di incertezza e smarrimento, fino ad arrivare a sperimentare il desiderio di “cambiare orientamento sessuale”. Non c’è da meravigliarsi se molte persone si rivolgono allo psicologo per capire il proprio orientamento sessuale e, talvolta, avanzano richieste più o meno esplicite di “conversione” o di “terapie riparative”.
I risultati di numerose ricerche scientifiche dimostrano come l’omofobia interiorizzata e l’omofobia subita possono rinforzare il senso di colpa e di vergogna, favorire sentimenti ansiosi e depressivi, minare l’autostima, compromettere il rendimento scolastico e lavorativo nonché la qualità dei rapporti sessuali e delle relazioni sociali e sentimentali.

A tal proposito è utile ricordare che le minoranze sessuali hanno caratteristiche peculiari rispetto alle altre minoranze. Di solito, chi fa parte di una minoranza etnica o religiosa può contare su modelli di riferimento in cui riconoscersi e rispecchiarsi, trovando sostegno nella propria famiglia e/o nella propria comunità di appartenenza. La famiglia, in queste dinamiche, gioca un ruolo fondamentale: è più probabile per le persone omosessuali avvertire la mancanza di spazi di supporto e condivisione, e può accadere anche che sia  la famiglia stessa a veicolare le discriminazioni e rinforzare i pregiudizi interiorizzati.

Proprio a causa dell’invisibilità dell’orientamento sessuale, queste persone sono spesso messe di fronte alla scelta se comunicare o meno il proprio orientamento agli altri, cioè se fare coming out.
In genere, il coming out segna l’inizio di dinamiche relazionali più autentiche. Tuttavia, non è sempre facile decidere se, quando e come farlo, soprattutto con i propri genitori e le altre persone significative.

Le reazioni al coming out potranno essere accoglienti o respingenti, possono inizialmente esprimere preoccupazione per poi mutare in sentimenti di condivisione e di riconoscimento. Non di rado, il coming out in famiglia può generare una prima reazione di crisi e non condivisione, per poi mutare in rapporti più autentici, dove le precedenti incomprensioni lasciano il posto alla condivisione e al sostegno reciproco. Meno frequentemente può accade che la famiglia trovi grosse difficoltà ad accogliere il coming out ed andare oltre un atteggiamento di rifiuto o condanna.

Il coming out è considerato un passaggio evolutivo importante, i cui benefici possono valere le difficoltà da affrontare, primo fra tutti la possibilità di trovare sostegno non solo nella famiglia e negli amici, ma anche in associazioni come quella LGBT.

Daniel Quasar ha rimodellato l’iconica bandiera arcobaleno inserendo cinque nuovi colori così che si ponga una maggiore enfasi sull’inclusione.

LGBT è un acronimo che tenta di rappresentare l’immensa variabilità di persone appartenenti a minoranze sessuali (Lesbiche/Gay/ Bisessuali/Transessuali). Le varianti dell’acronimo sono diverse: LGBTQ per includere le persone queer questioning, LGBTQI per includere gli intersessuali, LGBTQIA per includere gli asessuali o LGBTQIA+ per includere le persone sieropositive. Si potrebbe andare avanti ad includere lettere e simboli per rendere sempre più rappresentativo ed includente l’acronimo, ma verrebbero meno la praticità e l’utilizzabilità dell’acronimo. Pertanto, si è proposto di parlare più generalmente di “comunità arcobaleno”, anche se anche tale espressione è stata criticata in quanto darebbe una visione troppo edulcorata che non darebbe giustizia a un movimento protagonista di manifestazioni e battaglie anche forti per l’ottenimento della parità di diritti.

Sapere di poter contare su una rete di sostegno (amicizie, associazioni LGBT, ecc.) può certamente aiutare. E se permangono dubbi, timori e incertezze, può essere utile consultare uno psicologo.
Potremmo essere tentati di dire che, al giorno d’oggi, la comunità omosessuale e transgender goda di maggiore libertà, ma, in realtà, queste persone devono ancora affrontare troppo spesso diversi problemi legati alla vita di relazione, a quella familiare e anche a quella di società, una società che ancora fatica ad accettarli del tutto.

Disturbi come depressione, ansia e problemi di autostima riguardano moltissime persone, indipendentemente dal loro orientamento sessuale o dall’identità di genere, ma chi appartenga al mondo LGBT sarà spesso più esposto a questi problemi.
Partendo da questo tipo di evidenze, potrebbe rivelarsi un’esperienza positiva iniziare a consultare lo psicologo. Lo Psicologo fornirà gli strumenti necessari per sostenere la persona nel processo di coming out, per migliorare la propria autostima, esplorare anche problemi intimi, legati alla sessualità e alle relazioni interpersonali, nonché sviluppare delle strategie per affrontare le situazioni più stressanti e angoscianti.

 

Dott.ssa Giada Lucarelli
Psicologa