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Conseguenze psicologiche della pandemia da Covid-19.

Erano gli inizi del 2020 ed eravamo tutti presi dalla nostra “normalità”, quando guardavamo al futuro con la speranza di raggiungere i nostri traguardi.

All’improvviso, però, tutto è cambiato: era l’8 marzo 2020 quando viene proclamata la chiusura totale del paese. Da quel momento in poi il Covid-19 non sarebbe stato più solo il virus terribile e sconosciuto che affliggeva le città della Cina, ma era anche il fattore che avrebbe cambiato la nostra “normalità”.
Il lockdown ha causato un forte stress nell’uomo che lo ha condotto ad un fisiologico cambiamento del suo comportamento e della sua percezione.
Cambia la percezione del tempo e dello spazio: il tempo viene percepito come rallentato, fortemente focalizzato sul presente, poiché il passato sembrava avere caratteristiche completamente incompatibili con quello che si stava vivendo e il futuro appare buio, incerto, imprevedibile; mentre lo spazio viene ridimensionato ad una condizione domestica, intima.

Non solo il tempo e lo spazio sono più a misura d’uomo, ma è l’uomo stesso a ritrovare la sua caratteristica di umanità, facendo i conti con i propri limiti e prendendo coscienza di quanto meccanica fosse la sua condizione passata, considerata come “normalità”.

Allo stesso tempo, il concetto di morte viene deumanizzato: è qualcosa che bisogna affrontare in un modo diverso, i morti diventano numeri, le persone care muoiono da sole in un letto di ospedale, senza nemmeno una mano cara da stringere nei loro ultimi e sofferti respiri.

Durante i lunghi giorni di lockdown, le persone in qualche modo si adeguano a questa nuova condizione, ribaltando le proprie abitudini: lo scopo (collettivo) non si raggiunge più attraverso l’azione, ma attraverso la non-azione. Stare a casa, pensare a se stessi, al proprio benessere, riscoprire la sensazione di appartenenza ad una collettività sono diventate il mezzo più efficace per combattere il virus e farlo come parte di una collettività.
Vengono riscoperti noia, ansia e paura, sentimenti gestibili solo da coloro che hanno iniziato a canalizzarli, trasformandoli in una nuova risorsa.

Fine del lockdown: possiamo tornare gradualmente alla normalità… ma quale normalità?

Parliamo prima di tutto dei rapporti sociali. L’uomo, da sempre considerato un “animale sociale”, che attraverso i rapporti sociali sperimentava emozioni e traeva soddisfacimento per i propri bisogni, viene privato proprio della sfera sociale durante il lockdown. Tale privazione ha generato uno stato simile a quello dell’astinenza da sostanze di abuso. Alcuni hanno agito attuando condotte compensatorie, ad esempio c’è chi si è immerso completamente in preparazioni culinarie lunghe e laboriose, chi si è focalizzato sul proprio corpo con allenamenti costanti ed alimentazione sana, oppure c’è chi ha trovato la sua compensazione in comportamenti dannosi come assunzioni di alcol e/o droghe o comportamenti violenti.

Un altro comportamento di compensazione è stato l’uso di internet e delle varie piattaforme per restare sempre e costantemente in contatto con familiari, amici e colleghi. Se da un lato internet è stato un modo per tenere viva la sfera sociale, per alcuni è sfociata in una vera e propria dipendenza (internet addiction).

Da un punto di vista sociale, le conseguenze del lookdown sono duplici: se da una parte emerge una brama sociale, scaturita dal periodo di privazione; dall’altra parte si è fatto strada un timore crescente dovuto alla paura del contagio, determinando una sorta di paralisi e di disadattamento sociale.

Recenti indagini condotte sul desiderio di cambiamento, espresso dagli italiani nel periodo post-lockdown, mostrano che la maggior parte delle persone (circa 7 su 10) sperano in un cambiamento radicale, mentre solo una piccola percentuale desidera tornare ad una situazione di normalità pre-Covid.
A prescindere dalle differenze di genere, quasi il 90% delle persone intervistate teme comunque il cambiamento, nonostante lo desideri. Il cambiamento, ad ogni modo, è riferito nella maggior parte dei casi all’ambito economico, in particolare la speranza di un nuovo sistema di sviluppo (circa il 42%).

Per quanto riguarda i cambiamenti nella sfera sociale, si punta ad una maggiore cura della famiglia, al mantenimento delle amicizie e al recupero di affetti lontani. Inoltre, maggiore attenzione alla povertà, alla qualità della vita e al risparmio. Infine, un’attenzione in più agli sprechi, soprattutto quelli alimentari, e alla tutela di prodotto nazionali.

Alcuni studi, focalizzati sulle dinamiche sociali, analizzano l’uomo in relazione ad altruismo e opportunismo. Il rispetto da parte di alcuni delle prescrizioni generali, fornite dal Ministero della Salute, genera in altri la tranquillità nella violazione di tali norme.
Questa condizione è ben spiegata dalla psicologia attraverso il classico “dilemma del prigioniero” (proposto negli anni cinquanta da Albert Tucker come problema di teoria dei giochi): una scelta fra due opposte soluzioni, con la particolarità che occorre decidere se favorire se stessi danneggiando gli altri o viceversa.
In maniera molto sintetica, il “dilemma del prigioniero” può essere riassunto in questo modo: due criminali vengono accusati di aver commesso un reato. Gli investigatori li arrestano entrambi e li chiudono in due celle diverse, impedendo loro di comunicare. Ad ognuno di loro viene chiesto di fare una scelta: collaborare, oppure non collaborare. Viene inoltre spiegato loro che:
-se solo uno dei due collabora accusando l’altro, chi ha collaborato evita ogni pena; mentre l’altro viene condannato a 7 anni di carcere.
-se entrambi accusano l’altro, vengono entrambi condannati a 6 anni.
-se nessuno dei due collabora, entrambi vengono condannati a 1 anno, poiché già colpevoli di porto abusivo di armi.

In questo caso risulta evidente che la scelta dell’interesse individuale potrebbe contrastare con l’interesse collettivo.

Allora come potremmo spiegare questa spinta all’altruismo?
Robert Trivers sostiene la teoria dell’altruismo reciproco, ovvero l’altruismo verso un estraneo avviene, ed è considerato vantaggioso nonostante i costi, solo se esiste una certa probabilità di trovarsi in futuro nella stessa situazione a parti invertite.

Infine, il più grande sconvolgimento relazionale è definito anche dalla percezione delle distanze: se si definiva la distanza personale quella fra 0-45cm, l’interazione amicale da 45 a 120cm, sociale da 120 a 3,5 metri e maggiore di 3,5 era considerata distanziamento, le nuove distanze dettate dalle norme per prevenire il contagio si misureranno in termini differenti e la “disattenzione sociale”, ossia l’evitare relazioni per non recarsi disturbo, assumerà una connotazione sicuramente diversa.

In un momento storico come questo, in cui ci troviamo a dover far fronte ad una quotidianità completamente stravolta e ad un futuro incerto e imprevedibile, riecheggiano nella mia mente le parole di Charles Darwin:

“Non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere ma quella che si adatta meglio al cambiamento.”

 

Dott.ssa Giada Lucarelli, Psicologa