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#ilrevengepornèviolenza

Il revenge porn, detto anche pornografia non consensuale, è un reato sessuale che consiste nella divulgazione online di immagini intime, di solito ad opera di un ex partner, senza il consenso del soggetto protagonista, con l’intento di umiliarlo e di danneggiarne la reputazione. La divulgazione di tale materiale rappresenta spesso una forma di punizione per la sofferenza che l’autore di tale gesto ha subito a causa del rapporto sentimentale interrotto per volontà della vittima (Kopf, 2014; Scheller, 2014; Bates, 2017).

Il revenge porn è parte di un più ampio fenomeno, la Pornografia Non Consensuale (NCP), che non si esaurisce nelle “vendette di relazione”, ma riguarda ogni condivisione/diffusione digitale di immagini di carattere sessuale senza il consenso della persona ritratta.

Una condizione che ha nettamente contribuito alla diffusione del revenge porn è il fenomeno del sexting, un fenomeno riscontrato tanto tra minorenni quanto tra adulti. Il termine sexting, che deriva dalla fusione di due parole inglesi “sex” e “texting”, cioè l’invio di un messaggio a carattere sessuale, indica un comportamento che consiste nell’invio, nella ricezione o nella condivisione di testi, fotografie o video sessualmente espliciti ad altri, generalmente tramite smartphone.  Il sexting può avvenire tra due parti consenzienti quando la condivisione di messaggi, di immagini e video di se stessi avviene tra due persone che desiderano scambiarsi immagini sessualmente esplicite ad uso privato; in altri casi accade che una delle parti coinvolte inoltri tale materiale intimo ad uno o più individui senza il consenso della persona in esso ritratta e questa modalità è assolutamente lesiva per la privacy. Il sexting diventa revenge porn nel momento in cui le immagini e/o i video vengono condivisi con terzi tramite internet senza il consenso del soggetto protagonista.

Secondo i dati dell’Osservatorio Cybersecurity Eurispes:
-il revenge porn colpisce circa 1 persona su 10
-il 90% delle vittime è costituito da donne
-il 51% delle vittime ha pensato al suicidio
-il 50% delle foto sono corredate di nome, cognome e link dei profili social delle vittime
-il 70% delle vittime viene esclusa dal web recruiting a causa di una web reputation negativa
-il 70% delle vittime ha subito questa violenza dal proprio partner o ex partner.
I dati sono ancora più preoccupanti se si fa riferimento al gruppo dei minori: 1 vittima su 4 subisce “sextortion” già prima dei 14 anni.

Il revenge porn è agito prevalentemente da persone che trovano in questa azione la realizzazione di una punizione. Il far morire dalla vergogna è lo scopo principale di colui o colei che solitamente mette in rete il materiale e che, in seguito alla pubblicazione, segue con piacere l’assalto denigrante. E’ questo senso di vergogna che imprigiona chi subisce atti di revenge porn: è la paura del giudizio che li tiene ostaggio e il prezzo da pagare è la perdita dell’autostima.

Se l’eco dell’imbarazzo prima si estendeva alla famiglia, alla scuola o alla comunità, ora si estende alla comunità online. Se è vero che la crudeltà verso gli altri non è una novità, online la vergogna viene amplificata senza limiti e resa accessibile in modo permanente. La vergogna è un’emozione complessa che si apprende durante il percorso di crescita e che si sviluppa principalmente attraverso le interazioni con gli altri. E’ un’emozione sociale che implica necessariamente la percezione di un giudizio dell’altro. Nasce da un’autovalutazione e dalla percezione di fallimento personale rispetto uno standard desiderato in accordo a regole, scopi e modelli di comportamento socialmente condivisi.

Essere vittime di revenge porn implica gravissime conseguenze psicologiche. Molti ricevono una diagnosi di Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD). Questo può essere riscontrato in comportamenti ossessivi che hanno il fine di controllare che i contenuti sensibili non siano stati nuovamente resi pubblici, nel tentativo di suicidio, nell’ansia ricorrente, spesso scatenata dalla visione di alcuni elementi che possono far ricordare alla vittima quanto accaduto. Lo stress può incrementare nel caso in cui la vittima subisca minacce. A tutto ciò si possono accompagnare depressione e perdita di fiducia negli altri. Grande impatto ha anche la vergogna suscitata dal sapere che chiunque per strada, al lavoro e tra la propria cerchia di amici potrebbe aver visto quei contenuti, che porta così il soggetto a sentirsi sempre meno sicuro e libero di uscire fuori casa. L’effetto negativo principale che il revenge porn esercita sull’autostima della vittima è la sensazione di perdita di controllo sulla propria dimensione privata.

È importante che la vittima sappia che, con il supporto dei propri familiari e un adeguato sostegno psicologico, è possibile muoversi legalmente in modo da richiedere la rimozione del materiale condiviso online per poi trovare supporto in uno spazio protetto per elaborare questa drammatica ferita e ricostruire il proprio futuro.

Anche il soggetto prevaricante può essere aiutato così da abbandonare queste condotte lesive per sé e per l’altro.

Sebbene, oggi, vi sia una maggiore diffusione informativa mediatica e una legge ad hoc per punire gli autori di tale reato, il revenge porn continua a rappresentare un problema rilevante e persistente. Nonostante esista una maggiore consapevolezza della vittimizzazione associata al fenomeno, le immagini e i video continuano ad essere diffusi, anzi, in alcuni casi, la vittima è del tutto ignara di essere ripresa.

Il 2 aprile 2019, la Camera dei Deputati ha approvato, all’interno del più ampio d.d.l. circa le “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”, un emendamento che inserisce nel corpo del codice penale l’art. 612-ter sul c.d. revenge porn. Tale norma ha l’esplicito fine di contrastare in maniera più dura la violenza di genere. Perché il reato si configuri come tale, è necessario che il fatto avvenga “senza il consenso delle persone rappresentate”. L’oggetto del reato risulta essere materiale video e fotografico sessualmente esplicito, anche se resta aperto il dibattito sul concetto semantico di “sessualmente esplicito”.

Nel frattempo, il mondo dei media e dei social network sfruttano i meccanismi basilari del funzionamento fisiologico e cerebrale umano: sanno bene che gli stimoli sessuali catturano automaticamente l’attenzione. Allora come sfruttare questo fenomeno per i propri interessi economici? Con i click: più vergogna, più click; più click, più guadagni pubblicitari.

Appare evidente come il problema sia anche di natura culturale poiché viene a mancare, da parte degli individui, la percezione della gravità di tali comportamenti e la consapevolezza che tutto il materiale pubblicato, restando online, potrà essere ulteriormente divulgato fino ad espandersi a macchia d’olio. Inoltre, viene a mancare, anche a livello empatico, la  consapevolezza sulle conseguenze di tali azioni che andranno, progressivamente, a ripercuotersi in maniera negativa sulla sfera affettiva e psicologica della vittima.

Proprio qui entra in gioco lo Psicologo, che può offrire la possibilità di svolgere un lavoro di intervento relativo al cyberbulling e all’educazione sessuale e affettiva, attuando un piano di prevenzione fruttando i canali scolastici ed istituzionali con lo scopo di sensibilizzare i ragazzi non solo sul fenomeno in questione, ma su tutti i rischi e conseguenze che questo tipo di reati comportano. Tutto ciò avrà l’obiettivo di informare giovani e genitori della portata di tale fenomeno e può fornire ascolto e supporto alle vittime.

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Dott.ssa Giada Lucarelli, Psicologa
Dott.ssa Isabella Anzuino, Psicologa