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Sono vittima di Revenge Porn. Sei cose che posso fare per tutelarmi.

Tra i fenomeni, che in questi anni più si stanno diffondendo, vi è quello del  Revenge Porn.
Le condotte ascrivibili a tale fenomeno consistono nella diffusione (spesso per mano di ex partner sentimentali) di immagini, video o contenuti sessualmente espliciti, senza il consenso e l’autorizzazione della persona interessata. 
Anche a seguito di un’unica condivisione è facile che si scateni una sorta di “effetto domino”, in grado di azionare una serie di condivisioni rapide e incontrollabili indirizzate ad un pubblico molto più ampio che contribuirà all’ulteriore diffusione del contenuto fino a renderlo in poche ore di dominio pubblico.
Il fenomeno del Revenge Porn è in crescita, soprattutto grazie ad una più semplice modalità di diffusione del materiale, che spesso avviene tramite chat di gruppo (ricordiamo il caso del gruppo Telegram “Stupro tua sorella2.0”) o siti internet.
Il problema fondamentale è di tipo culturale, con la mancanza di una vera educazione che liberi da pregiudizi, stereotipi e riconosca concetti come libertà sessuale e consenso.
La “gogna” pubblica alla quale si è esposti, le gravi lesioni alla privacy, alla reputazione e alla dignità della vittima, possono avere conseguenze disastrose sulla carriera, sulla salute mentale e sulle relazioni della persona offesa, fino a sfociare talvolta (come riportato anche dai fatti di cronaca) nel più triste degli epiloghi: il suicidio.
Cosa posso fare se sono vittima di Revenge Porn?
Il primo consiglio è chiarire bene (meglio se per iscritto) che stiamo acconsentendo a che quella certa persona (il nostro partner, la nostra amica…) ci riprenda in intimità, ma non che inoltri ad altri quella nostra immagine.
Il secondo consiglio è denunciare alle autorità competenti il reato di cui si è vittima. In questo caso, la denuncia andrà presentata alla Polizia Postale e la vittima ha sei mesi di tempo per farlo. È bene presentarsi alla Polizia Postale, che ha sedi in tutta Italia ed è strutturalmente e culturalmente il corpo più attrezzato in tema di reati informatici o comunque commessi tramite internet.
Purtroppo, gli screenshot non saranno sufficienti come prove, in quanto qualsiasi avvocato difensore, in caso di processo, potrebbe sostenere che gli screenshot siano stati manipolati. Per fare una denuncia, servono le prove digitali:  evidenze, raccolte attraverso dei servizi online, che garantiscono la veridicità di quanto raccolto. Il modo migliore per fare una denuncia è quello di presentarsi dalle autorità con una chiavetta usb, o un cd, che contengano queste prove, e un breve documento che illustri dove sono state repertate, con tutti i link giusti e diretti.
Il terzo consiglio è quello di non scaricare materiale che non vi riguarda come prova per denunciare. Come abbiamo detto sopra, la raccolta delle prove deve avvenire in maniera attenta e scrupolosa, non bisogna perdere la calma e non dobbiamo scaricare materiale su persone diverse da noi, anche se ci si dovesse trovare di fronte a materiale che ci indigna, anche se si pensa di agire in buona fede, per denunciare: scaricare materiale che riguarda terze persone è innanzitutto un atto di rivittimizzazione dei soggetti coinvolti. Inoltre, le prove devono essere raccolte con grande prudenza e senza scaricare nulla: se scaricassimo, ad esempio, una foto di un minore come prova del materiale contenuto in certe chat, si sta commettendo un reato grave anche solo detenendole.
Il quarto consiglio è di agire in prevenzione. Questo vale soprattutto per quanto riguarda la diffusione del materiale attraverso i social. Se sappiamo di aver girato un video e di rischiare che altri lo pubblichino, dobbiamo recuperarlo e inviarlo a Facebook che oggi dispone di un algoritmo con cui riconosce le immagini e ne blocca all’istante la divulgazione. Eventualmente ci si può rivolgere anche all’Associazione www.PermessoNegato.it, fondata per assistere le vittime digitali. Invece, se la foto o il video sono già stati pubblicati, usare il tasto “Segnala” e chiederne la rimozione al social. Se questo non si attiva entro 48 ore, scaricare dal sito www.garanteprivacy.it l’apposito modulo e domandare che il Garante si attivi sulla piattaforma. Se passano altre 48 ore inutilmente, si può adire l’autorità giudiziaria.
Il quinto consiglio è di non pubblicare online i nominativi di chi ha caricato il materiale. Sulla scia della rabbia, soprattutto in quei casi in cui si conosce il responsabile della divulgazione, si potrebbe decidere di pubblicarne il nome. Questo è un comportamento molto pericoloso per la vittima, in quanto si rischia una denuncia per diffamazione.
Il sesto e ultimo consiglio è quello di chiedere non solo supporto legale, ma anche supporto psicologico: ricordiamo che subire una violenza di questo genere provoca delle gravissime conseguenze psicologiche. Ansia, depressione, disturbo post-traumatico da stress, sono solo alcune delle diagnosi che si riscontrano nelle vittime.
Ricordiamo che il 9 agosto 2019 è entrata in vigore la legge del 19 luglio 2019 n. 69 che ha introdotto anche in Italia il reato di Revenge porn. Questa legge stabilisce che chiunque, avendo realizzato oppure sottratto immagini o video sessualmente espliciti, li diffonde senza il consenso delle persone ritratte è punito con la reclusione da 1 a 6 anni e con una multa da 5 a 15 mila euro.

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Dott.ssa Giada Lucarelli, Psicologa
Dott.ssa Isabella Anzuino, Psicologa